Non ci sono più i columnist del New York Times di una volta

Cos’è successo agli opinionisti del New York Times? Che fine ha fatto quell’agguerrito plotone di pensatori liberal interrotti – come usa in America – soltanto da selezionatissime voci fuori dal coro? Dov’è andata a finire quella consolidata tendenza a rinserrarsi nei ranghi dell’editorialista collettivo di sinistra, quella cedevolezza ai principi dominanti del proprio ambiente?
28 OTT 11
Ultimo aggiornamento: 23:05 | 22 AGO 20
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Cos’è successo agli opinionisti del New York Times? Che fine ha fatto quell’agguerrito plotone di pensatori liberal interrotti – come usa in America – soltanto da selezionatissime voci fuori dal coro? Dov’è andata a finire quella consolidata tendenza a rinserrarsi nei ranghi dell’editorialista collettivo di sinistra, quella cedevolezza ai principi dominanti del proprio ambiente?
Ieri Thomas Friedman, massima espressione della politica estera della sinistra moderata – uno che ai tempi della guerra in Iraq si era iscritto, assieme a molti colleghi, nel club di quelli che “non-ci-posso-credere-che-sono-diventato- un-falco”, salvo poi restituire la tessera quando le cose non andavano come lui aveva predetto – scriveva sul New York Times che “Barack Obama si è ritrovato a sostenere la politica estera di George W. Bush molto più di quanto non abbia fatto Bush, mentre è molto meno impegnato a sostenere la propria”.
E ancora: “Il presidente ha portato il paese alla giusta strategia nella ‘guerra al terrorismo’ di Bush”. In sostanza Friedman sostiene che l’approccio ideale di Bush verso il terrorismo non fosse poi tanto male, semplicemente era stato messo in pratica con i mezzi sbagliati; serviva un Kissinger in grado di rimodellare la strategia, di renderla efficace e meno costosa in termini di impegno internazionale e conti pubblici. Ecco dunque Barack Obama, il presidente delle incursioni e dei droni, delle operazioni mirate, il grande sterminatore di terroristi sparsi tanto nei paesi ostili quanto in quelli alleati.
Nello stesso numero del New York Times Maureen Dowd, la penna più acida d’America, ripercorreva la trama della verace e non agiografica biografia di Steve Jobs scritta da Walter Isaacson, sottolineando i limiti del “magical thinking” di quello che secondo il manuale non scritto degli editorialisti del New York Times dovrebbe essere venerato al pari di una divinità progressista. La sua vita, scrive Dowd, è il “più oscuro inferno della volatilità”, era un uomo capace di “una freddezza spaventosa”, un sospetto bipolare che voleva diventare un santo e invece somigliava a un re di Francia (esiste peggiore definizione per un opinionista americano?), un ceffo sciupafemmine che ha fallito in pieno la missione della paternità, un anacoreta luddista con il lupetto che ha creato un mondo di tecnodipendenti.
Qualche settimana fa, mentre la linea editoriale del New York Times celebrava i manifestanti di Occupy Wall Street, Bill Keller, che del giornale è stato opinionista, poi direttore e poi di nuovo opinionista, declassava lo spirito di Zuccotti Park a un “noioso sleep-in dell’anarchia riscaldata”; nella settimana tesa dell’Assemblea generale dell’Onu dove Abu Mazen ha presentato la richiesta di riconoscimento della Palestina, Friedman parla di Israele come un “paese solo e alla deriva” che rischia persino di trascinare l’America nell’isolamento.
Nella gloriosa pagina delle opinioni della Gray Lady si sono moltiplicate le espressioni di scetticismo per la primavera araba e i timori di rigurgiti fondamentalisti anche in quei paesi (Libia) dove il giornale aveva incoraggiato l’intervento cinetico e multilaterale di Obama e degli apparati sovranazionali; Paul Krugman, pur fedele al suo maestro Keynes, sembra di tanto in tanto sfuggire dall’ortodossia economica che ne ha fatto la “coscienza dei liberal”. Sembra quasi che David Brooks e Ross Douthat, gli opinionisti conservatori chiamati a bilanciare il dominio liberal, siano invece perfettamente inseriti nell’ambiente dei columnist. A questo punto manca soltanto una voce che difenda il Vaticano dalle accuse di pedofilia.